Agricoltura sociale: dall’inclusione lavorativa a modello di innovazione

L’agricoltura sociale svolge un ruolo fondamentale per l’inserimento socio-lavorativo di persone vulnerabili. Ma la sua pratica porta benefici che vanno ben oltre ai singoli: produce beni pubblici e promuove la cultura della legalità, con importanti ripercussioni sui territori.

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Cooperativa sociale “Il Trattore”, Roma. Per gentile concessione.

Sono passati circa quattro decenni da quando in Italia si sono avviati i primi esperimenti di agricoltura sociale, nati soprattutto come cooperative sociali agricole finalizzate a favorire l’inserimento lavorativo di persone con difficoltà.

Sebbene non ci siano dati certi, il Forum dell’Agricoltura Sociale stima in circa un migliaio le realtà – tra cooperative sociali, aziende agricole e realtà del terzo settore – che realizzano iniziative di agricoltura sociale ad oggi nel Paese. Si tratta per lo più di iniziative nate dal basso, che rispondono alle esigenze delle singole realtà di appartenenza.

Uno dei principali ambiti di attività resta quello quell’inserimento socio-lavorativo, volto a favorire l’occupazione di soggetti svantaggiati – persone con disabilità, persone private dalla libertà o con problemi di dipendenza chimica, persone rifugiate o migranti. Altrettanto importanti sono le pratiche agricole con finalità socio-terapeutiche, come parte quindi del processo di riabilitazione di persone con disabilità – sia essa fisica, mentale o sociale.

Anche la ricreazione e l’educazione – ambiti in cui, tra l’altro, sempre di più si affacciano gli orti urbani o peri-urbani – sono oggetto di pratiche agricole inclusive, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita di un ampio numero di persone, e di fornire pratiche formative sull’ambiente e l’alimentazione.

Ma cosa caratterizza l’agricoltura sociale?

Nella sua molteplice manifestazione, che comprende le più variate esperienze e modelli – dalla natura dell’organizzazione alle fonti di finanziamento – l’agricoltura sociale è stata definita dalla legge 141 del 2015 come “aspetto della multifunzionalità delle imprese agricole finalizzato allo sviluppo di interventi e di servizi sociali, socio-sanitari, educativi e di inserimento socio lavorativo, allo scopo di facilitare l’accesso adeguato e uniforme alle prestazioni essenziali da garantire alle persone, alle famiglie e alle comunità locali in tutto il territorio nazionale e in particolare nelle zone rurali o svantaggiate”.

Come sottolineano Antonio Papaleo e Gabriella Ricciardi del CREA (Centro Politiche e Bioeconomia), le esperienze che accomunano gli operatori dell’agricoltura sociale si ispirano ai concetti di solidarietà e mutualità, valori che da sempre caratterizzano il legame tra azienda agricola e famiglia rurale.

Agricoltura sociale, beni pubblici e cultura della legalità

L’agricoltura sociale non è una pratica esclusiva dell’Italia e i suoi impatti positivi nella creazione di un indotto virtuoso sul territorio sono state segnalate in un parere del CESE, Comitato economico e sociale europeo, organo consultivo dell’Unione europea. Nel documento, datato 2013, il Comitato sottolineava l’importanza dell’agricoltura sociale nella produzione di beni pubblici e nell’apporto allo sviluppo sostenibile, e chiedeva un maggiore sostegno sia delle istituzioni europee sia dei governi degli Stati membri per la promozione del settore. Il riconoscimento del suo valore aggiunto rispetto alle singole politiche attuate e la promozione di una più fitta cooperazione tra i diversi ambiti d’intervento (salute, sociale, agricoltura e occupazione) erano tra le raccomandazioni riguardanti l’agricoltura sociale.

In Italia, è particolarmente rilevante il ruolo dell’agricoltura sociale – e delle organizzazioni che la praticano – nella ricostruzione di territori “liberati” dalle organizzazioni mafiose e nella promozione della cultura della legalità. Gli esempi abbondano su tutta la penisola, e ci raccontano storie piene di coraggio, di innovazione e di trasformazione.

Come a ricordarci che un altro mondo è ancora possibile.

Un ringraziamento a Ilenia Marangon della Cooperativa Sociale Il Trattore per il contributo alla stesura dell’articolo

Approfondimento: cosa dice la legge

La legge 18 agosto 2015, n. 141 stabilisce che per “agricoltura sociale” si intendono le attività intendono esercitate dagli imprenditori agricoli e dalle cooperative sociali, dirette a realizzare:

  • inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e di lavoratori svantaggiati e  di minori in età lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione e sostegno sociale;
  • prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali mediante l’utilizzazione delle risorse materiali e immateriali dell’agricoltura per promuovere, accompagnare e realizzare azioni volte allo sviluppo di abilità e di capacità, di inclusione sociale e lavorativa, di ricreazione e di servizi utili per la vita quotidiana;
  • prestazioni e servizi che affiancano e supportano le terapie mediche, psicologiche e riabilitative finalizzate a migliorare le condizioni di salute e le funzioni sociali, emotive e cognitive dei soggetti interessati anche attraverso l’ausilio di animali allevati e la coltivazione delle piante;
  • progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare, alla salvaguardia della biodiversità nonché alla diffusione della conoscenza del territorio attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche riconosciute a livello regionale, quali iniziative di accoglienza e soggiorno di bambini in età prescolare e di persone in difficoltà sociale, fisica e psichica.

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