Attenzione alla filiera: consigli per una spesa consapevole

03/08/2021buonissimap0

L’attenzione alla filiera resta il nodo cruciale della spesa alimentare consapevole. Mangiare locale e di stagione resta di base la decisione più sana, ma è bene tener conto di altri aspetti quale la situazione lavorativa dei lavoratori e lavoratrici agricoli e l’impatto sociale e ambientale del consumo di carne proveniente da allevamenti intensivi.

Mercato Italia, Roma. Box dell'Azienda Agricola Paleotti
Mercato Italia, Roma. Box dell’Azienda Agricola Paleotti

Nell’articolo precedente, abbiamo proposto alcune “regole d’oro” per un consumo alimentare più sano e sostenibile, cominciando dalla necessità di informarsi e di accorciare la filiera – sia con l’acquisto diretto dai produttori – nei Mercati Contadini, piattaforme online o Gruppi di Acquisto Solidale, – che con l’acquisto da esercenti che si riforniscono da produttori fidati.

Oggi proponiamo altri aspetti da tenere in considerazione quando facciamo la spesa.

Scegli locale e di stagione

Siamo fortunati di vivere in un Paese dove, se diciamo “locale”, abbiamo a disposizione prodotti alimentari tra i migliori al mondo, tutto l’anno. Non solo: il sistema italiano di controllo e tracciabilità della filiera alimentare è molto rigido, e rappresenta un modello per molti Paesi del mondo. Questo ci aiuta ad assicurare un livello di qualità più alto rispetto ad altri contesti.

Ma cosa vuol dire, in fin dei conti, locale? Oggi spesso sentiamo parlare di “km0”. È un termine adeguato per esprimere un concetto entrato sempre di più nel DNA dei consumatori attenti: che trasportare alimenti per lunghi chilometri non giova alla sostenibilità. Mentre l’acquisto di prodotti a “km0” (o a km basso) fa bene all’ambiente e al tessuto sociale locale. Da una parte perché richiede meno trasporto e quindi meno emissioni di CO2, e poi “locale” equivale alla stagionalità, e quindi al rispetto dei cicli della natura. Infine il “km0” presuppone la filiera corta e quindi una minore intermediazione a fronte di un maggior rispetto del lavoro agricolo. 

A principio, è tutto vero. Ma non sempre è così lineare. Di certo comprare l’anguria italiana ad agosto invece del cocco sudamericano tutto l’anno è una scelta sostenibile. Ma se l’anguria proviene da un’azienda agricola che pratica il caporalato e il cocco da una cooperativa agricola biologica di contadini che aderisce ai circuiti internazionali di acquisto equo e solidale, allora forse le cose cambiano. Lo stesso dicasi per la questione ambientale e di benessere animale: tra la carne di un allevamento intensivo del Lazio e quella di un allevamento a stato semi brado in Veneto, quale scegliere?

Come abbiamo detto nell’articolo precedente, la risposta non è mai scontata ed è fondamentale informarsi. Ma intanto, possiamo cominciare a riflettere sugli elementi della filiera che incidono sulla tanto conclamata sostenibilità.

Mangia meno carne (o non la mangiare affatto)

La produzione industriale di carne per il consumo umano è uno dei fattori che più incidono sul cambiamento climatico e sulla devastazione ambientale. In Paesi come il Brasile, milioni di ettari di foresta vengono incendiati o disboscati ogni anno per dar luogo ai pascoli e alle piantagioni di soia, che diventano il mangime degli animali confinati negli allevamenti intensivi d’Europa. Senza parlare della sofferenza a cui gli animali messi al mondo solo per essere mangiati da noi sono soggetti lungo tutto il calvario di una vita che non ha altro fine che il macello.

Anche per il più carnivoro degli esseri umani, l’insostenibilità e la crudeltà di questo sistema salta agli occhi. Che l’eccesso di carne non faccia bene alla salute lo dimostra la dieta mediterranea, considerata una delle più salutari al mondo, e molto povera di carne, soprattutto rossa e grassa.

Detto ciò, non tutti vogliono o riescono a diventare vegetariani o vegani. Cosa fare, allora, per non contribuire con questo sistema?

Innanzitutto, iniziamo con il ridurre la quantità di carne nella propria alimentazione. Farà bene anche alla salute. E poi, la più importante decisione da prendere è quella di comprare carne da allevamenti che non siano intensivi e che non utilizzino il mangime che arriva da oltreoceano.

Ma come sapere se la carne che compri proviene da un allevamento intensivo? Purtroppo non c’è oggi una etichettatura che consenta di risalire al metodo di allevamento. La scelta di carni biologica o biodinamica certificate può comunque essere la più vicina a supporto di un modello di allevamento che rispetta l’ambiente e gli standard del benessere animale.

La scelta migliore è, come sempre, informarsi. Per questo, abbiamo compilato alcune indicazioni prendendo spunto dalla guida al consumo di CIWF – Compassion in World Farming Italia, associazione no profit che lavora per la protezione e il benessere degli animali allevati a scopo alimentare. Sono le seguenti: maiali allevati allo stato brado o semi brado, mucche allevate e alimentate al pascolo (“grass feed”), polli da allevamenti rurali in libertà o all’aperto, sono una maggior garanzia di benessere animale e di sostenibilità alimentare.

CIWF ci mette anche in guardia sulle certificazioni di origine (DOP, IGP), e sulle diciture “Prodotto italiano“, o con altri richiami che si appellano alla territorialità: non hanno alcun significato dal punto di vista del metodo di allevamento, che possono ben essere intensivi. Per ultimo, anche la diffusione di prodotti di carne e uova “senza antibiotici“, che fa leva sulla sensibilità crescente dei consumatori, non indica necessariamente un maggior livello di benessere animale – e di certo non garantisce che l’allevamento non sia intensivo. Potrebbe trattarsi, per lo più, di puro marketing.

Pollame e uova: occhio all’etichetta “allevato a terra”

Bisogna poi stare attenti a non venir deviati da etichette che riportano espressioni entrate nell’uso comune come sinonimo di sostenibilità, e che invece non necessariamente lo sono. È il caso del pollame e delle uova di galline “allevate a terra”.

Rispetto agli altri prodotti di origine animale, le uova sono gli unici ad avere un’etichettatura che consente di identificare il metodo di produzione. Si possono quindi facilmente riconoscere quelle più sostenibili, che sono le uova che iniziano con la cifra “0” (uova di galline allevate con metodo biologico) o con la cifra “1” (uova di galline allevate all’aperto).

Quelle invece allevate a terra (che inizia con il “2”) potrebbero non garantire un adeguato livello di benessere animale. Questo per la diffusione di un sistema di allevamento a terra, multipiano, cosiddetto sistema combinato, che in pratica è molto simile all’allevamento in gabbia, ovvero intensivo.

Conclusione

Fare delle scelte di consumo responsabili e sostenibili non è facile perché le informazioni che riceviamo sono tante e spesso contradittorie, anche perchè spinte dall’industria alimentare.

Intanto, possiamo iniziare da piccole abitudini che faranno bene all’ambiente, ai lavoratori e lavoratrici agricole, agli animali e a noi: informiamoci sui prodotti che acquisiamo e sui loro metodi di produzione. Cerchiamo di comprare direttamente dai produttori o da commercianti di fiducia che garantiscono la filiera e che acquistano direttamente da produttori selezionati. Valorizziamo i prodotti locali, senza però dimenticare la dimensione sociale e ambientale di questa scelta. Azzeriamo o riduciamo il  consumo di carne e preferiamo carne e uova da allevamenti non intensivi, biologici o biodinamici, con animali allevati all’aperto, al pascolo, allo stato brado o semi brado.

I consigli per l’acquisto sostenibile non finiscono qua. Torneremo a parlare di come possiamo contribuire alla creazione di un circolo virtuoso sul tessuto sociale dei nostri territori attraverso le nostre scelte alimentari.

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